“Il vero nemico di Naaman non era la lebbra. Era il suo orgoglio.”
Ci sono pagine della Bibbia che sembrano raccontare la storia di qualcun altro. Poi, un giorno, ti accorgi che stanno raccontando la tua.
La storia di Naaman, in 2 Re 5, è una di queste.
Naaman era un uomo di successo. Era comandante dell’esercito di Aram, rispettato, influente e ammirato. Aveva costruito una carriera brillante, godeva della stima del suo popolo e aveva tutto ciò che molti desiderano.
Eppure, dietro quella vita apparentemente perfetta, c’era una realtà che nessun riconoscimento poteva nascondere: era lebbroso.
Quante volte anche noi siamo così?
Mostriamo il sorriso, i risultati, il curriculum, i successi, mentre dentro combattiamo battaglie che nessuno vede.
Ed è proprio qui che Dio inizia a scrivere una storia completamente diversa da quella che Naaman aveva immaginato.
Dio può parlare attraverso le persone che meno ci aspettiamo
La speranza arriva da una giovane serva israelita, una ragazza senza potere, senza prestigio e appartenente perfino al popolo nemico.
Se fossimo stati al posto di Naaman, probabilmente avremmo cercato una soluzione nei palazzi, nei grandi uomini o nelle persone importanti.
Dio, invece, sceglie una ragazza sconosciuta.
Perché nel Regno di Dio non è il ruolo che dà autorevolezza, ma la voce di chi si lascia usare da Lui.
Mi chiedo quante volte Dio abbia provato a parlarci attraverso una persona che abbiamo sottovalutato solo perché non aveva il titolo, l’esperienza o la posizione che ci aspettavamo.
L’umiltà inizia proprio dall’ascolto.
Il vero nemico non era la lebbra
Rileggendo questa storia, ho capito che la lebbra non era il problema più grande di Naaman.
Il suo vero nemico era l’orgoglio.
Quando arriva da Eliseo, è convinto di sapere già come Dio agirà.
Immagina una scena spettacolare: il profeta che esce, lo accoglie con tutti gli onori, alza le mani, pronuncia una preghiera e lo guarisce davanti a tutti.
Ma Dio rompe completamente il suo schema.
Eliseo non esce nemmeno di casa.
Gli manda semplicemente un messaggero con un ordine tanto semplice quanto scomodo: “Va’ a lavarti sette volte nel Giordano.”
Naaman si offende.
Si arrabbia.
Sta quasi per rinunciare al miracolo.
Perché?
Perché Dio non aveva seguito il copione che lui aveva scritto.
Quante volte succede anche a noi?
Pensiamo di sapere come Dio dovrebbe rispondere alle nostre preghiere.
Gli presentiamo i nostri tempi, le nostre soluzioni, i nostri programmi.
E quando Lui sceglie una strada diversa, invece di fidarci, iniziamo a discutere con Lui.
L’orgoglio ci fa credere di sapere meglio di Dio cosa sia giusto per la nostra vita.
Ma Dio non negozia con il nostro orgoglio.
Non si lascia impressionare dal nostro curriculum, dai nostri successi o dalla nostra reputazione.
Davanti a Lui siamo tutti semplicemente figli chiamati a fidarsi.
Dio non cerca lo spettacolo. Cerca l’ubbidienza.
Viviamo in un mondo che ci insegna a cercare ciò che è straordinario, appariscente e immediato.
Dio, invece, ci educa attraverso la semplicità.
Il Giordano non era un fiume famoso per la sua bellezza.
Naaman, infatti, protesta dicendo che in Siria esistevano fiumi molto migliori.
Ma il miracolo non era nell’acqua.
Il miracolo era nell’ubbidienza.
Ogni immersione era un atto di fiducia.
Ogni volta che si abbassava nelle acque del Giordano, Naaman stava abbassando anche il suo orgoglio.
Mi sono fermata a pensare a una domanda.
E se si fosse fermato alla sesta immersione?
Se avesse detto: “Ho fatto abbastanza”?
Molti di noi rinunciano proprio un passo prima del compimento.
Preghiamo, aspettiamo, perseveriamo… poi ci scoraggiamo quando il miracolo sembra tardare.
Ma Dio aveva detto sette.
Non sei.
L’ultima immersione era quella dell’ubbidienza completa.
Dio non vuole solo guarire la tua ferita. Vuole trasformare il tuo cuore.
Naaman entra nel Giordano desiderando una pelle nuova.
Ne esce con un cuore nuovo.
Ed è questo il miracolo più grande.
Dio non era interessato soltanto a guarire una malattia.
Voleva formare un uomo.
Molte volte anche noi chiediamo a Dio di cambiare le circostanze.
Lui, invece, vuole cambiare noi.
Perché una circostanza risolta può migliorare la vita per un momento.
Un cuore trasformato cambia l’intera esistenza.
La religione ci insegna ad apparire migliori.
Il Vangelo ci rende persone nuove.
La religione lavora sull’immagine.
Il Vangelo lavora sull’identità.
Il Vangelo non è un insieme di regole.
È la potenza di Dio che entra nella nostra vita e ci trasforma dall’interno.
E forse è proprio questa la domanda che oggi questa storia ci lascia.
Qual è il “Giordano” davanti al quale mi sto fermando?
Quale semplice atto di ubbidienza sto evitando perché il mio orgoglio continua a suggerirmi che dovrebbe esserci un’altra strada?
Perché il più grande miracolo non è vedere cambiare ciò che ci circonda.
Il più grande miracolo è permettere a Dio di trasformare il nostro cuore.
Ed è da un cuore trasformato che nasce una vita davvero di successo.
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