Varanasi, dove la morte non si nasconde. E il Gange insegna a guardare la vita

Ci sono luoghi che non si visitano soltanto. Si attraversano, si osservano, si respirano. E, qualche volta, ci costringono a mettere in discussione tutto ciò che credevamo di sapere.
- Diario di viaggio
- Varanasi, India
- Sul Gange
Oggi siamo a Varanasi, una delle città più antiche e sacre dell’India. Il nostro hotel si affaccia sul Gange, il fiume che qui chiamano Ganga, la Grande Madre. Basta guardare fuori dalla finestra per capire che questo non è un luogo come gli altri.
Insieme a mio marito percorro i ghat, le lunghe scalinate che scendono verso il fiume. Camminiamo lentamente, senza una meta precisa, lasciandoci guidare da ciò che accade intorno a noi.
Osservo le rive, le bufale immerse nell’acqua, i cani che si aggirano tra le persone, gli uomini che compiono le abluzioni mattutine, le donne che si immergono nel fiume, i bambini che giocano. C’è una vita incredibilmente intensa che scorre davanti ai miei occhi.


Fotografo molto, cerco di catturare dettagli, volti, gesti, frammenti di quotidianità. Ma quando arriviamo al ghat delle cremazioni, scelgo di abbassare la macchina fotografica.
Non fotografo.
Non perché non voglia ricordare, ma perché sento che quel momento non mi appartiene. È un rito intimo, seppure celebrato alla luce del sole e davanti agli occhi di tutti. Un po’ come accade da noi con le cerimonie degli addii, che custodiamo nella riservatezza del dolore.
A Varanasi, invece, la morte non si nasconde.
Le pire funerarie ardono sulle rive del Gange, giorno e notte. Il legno brucia, il fumo si alza nell’aria e intorno a quei fuochi la vita continua. I parenti si fermano, parlano, mangiano, alcuni giocano a carte. I bambini giocano poco distante, i cani si aggirano tra le ceneri dei fuochi ormai spenti.
È una scena che, agli occhi occidentali, può risultare profondamente destabilizzante.
Siamo abituati a tenere la morte lontana. La affidiamo alle pompe funebri, alle camere ardenti, ai luoghi chiusi. Spesso non ci occupiamo neppure più di lavare e vestire i nostri cari. La morte viene separata dalla quotidianità, quasi fosse qualcosa da non guardare.
Qui accade esattamente il contrario.
Per gli induisti, Varanasi è un luogo speciale: morire qui, sulle rive del Gange, significa avere la possibilità di interrompere il ciclo delle reincarnazioni e raggiungere la liberazione spirituale, il moksha.
Prima della cremazione, il corpo viene immerso nelle acque sacre del fiume per la purificazione. Poi viene avvolto in tessuti dai colori accesi, arancio, rosso e giallo, adornato di fiori e accompagnato dai familiari maschi attraverso gli stretti vicoli della città vecchia, fino al luogo della cremazione.
È tradizione che sia un uomo della famiglia ad accendere la pira. Le donne, secondo la consuetudine, non partecipano alla cerimonia, perché si ritiene che il loro pianto possa ostacolare il distacco dell’anima.
Non c’è spazio per il dolore manifestato attraverso le lacrime: la morte viene interpretata come un passaggio, non come una fine.
E così, mentre noi siamo portati a pensare alla perdita, qui si celebra la possibilità di una liberazione.
Anche il rapporto con il corpo cambia radicalmente. Nella tradizione induista non esistono cimiteri come quelli occidentali: le ceneri vengono affidate alle acque dei fiumi sacri. Alcune categorie di defunti, come i bambini piccoli, le donne incinte e i sadhu, seguono invece pratiche funerarie differenti.
Tutto questo avviene all’aperto, senza nascondere nulla. Migliaia di persone assistono quotidianamente a un rito che, per questa città, appartiene semplicemente al ritmo della vita.
Eppure, mentre osservo questa straordinaria devozione, non posso fare a meno di notare una contraddizione difficile da ignorare.
Il Gange è considerato una divinità, una madre, una fonte di purificazione. È un’acqua sacra alla quale milioni di persone affidano la propria fede, le proprie preghiere e i propri defunti.

Ma è anche un fiume terribilmente inquinato.
Le fogne, gli scarichi urbani, le attività quotidiane e la pressione di una popolazione enorme contribuiscono a compromettere la qualità delle sue acque. Eppure, ogni mattina, tantissimi fedeli continuano a immergersi, a lavarsi, a bere quell’acqua e a compiere i propri rituali.
La fede e la realtà sembrano procedere su due binari paralleli.
Da una parte c’è il Gange spirituale, puro e inviolabile.
Dall’altra c’è il Gange materiale, fragile, contaminato, che avrebbe bisogno di essere protetto proprio da chi lo considera sacro.
È forse questa la contraddizione più grande che porto con me da Varanasi.
Come possiamo chiamare madre qualcosa che non riusciamo a proteggere?
Come possiamo venerare la natura e, allo stesso tempo, contribuire alla sua distruzione?
Non sono domande che riguardano soltanto l’India. Riguardano tutti noi.
Perché anche nella nostra società siamo bravissimi a parlare di valori, rispetto, ambiente e sostenibilità, ma molto meno bravi a trasformare quelle parole in comportamenti quotidiani.

Varanasi è questo: una città che non cerca di piacerti, non prova a rassicurarti e non si preoccupa di rendere tutto comprensibile ai tuoi occhi occidentali.
Ti mette davanti alla vita e alla morte, alla spiritualità e alla contraddizione, alla bellezza e al degrado. E ti lascia lì, a osservare.
Oggi non ho fotografato le pire funerarie. Ho preferito custodire quelle immagini dentro di me, senza trasformare il dolore e la sacralità di altre persone in uno scatto da condividere.
Ma credo che porterò a casa qualcosa di molto più importante di una fotografia.
- La consapevolezza che non esiste un solo modo di vivere, di amare, di soffrire e persino di morire.
- Che ciò che per noi è impensabile, per altri è tradizione.
- E che viaggiare davvero significa anche accettare di non avere sempre gli strumenti per giudicare ciò che vediamo.
Forse il viaggio serve proprio a questo: a spostarci fisicamente, ma soprattutto mentalmente.
A ricordarci che il mondo è molto più grande delle nostre convinzioni.
E che, qualche volta, per comprendere la vita, bisogna avere il coraggio di guardare anche ciò che ci fa paura.
Varanasi non mi ha dato risposte.
Mi ha lasciato molte domande.
E forse è proprio questo il regalo più grande che un viaggio possa farci.